L'ultemo Luganoto

L'autore


L’autore, uno dei pochissimi autoctoni di San Benedetto di Lugana, ha dovuto frequentare le scuole elementari in collegio a Verona. Dopo la maturità classica conseguita presso il seminario vescovile di Verona, si è laureato in Filosofia presso l’Università Cattolica di Milano con una tesi in Estetica ed ha conseguito una specializzazione in Scienze religiose presso l’Università Cattolica di Brescia. Coniugato e con figli, vive da parecchio tempo fuori del Veneto, anche se in realtà non se n’è mai staccato. Il suo linguaggio è una lingua letteraria in quanto si allontana di proposito dalla realtà per ritornare all’antico. Con la sua opera prima, da sempre in gestazione, intende comporre poesia utilizzando il dialetto, quello antico del suo paese, il luganotto, per avvicinarsi all’ideale della lingua innocente risalendo alle sorgenti della poiesis, in polemica con la lingua nazionale neo- standard. È una reviviscenza del mito simbolista della parola pura ricercata in un territorio escluso dalla civiltà letteraria ufficiale e con un idioletto che porta in sé lo stigma del suo essere triviale. L’intento tuttavia è quello d’imprimere in questa materia così povera la forma del bello in una prospettiva classica lungi da ogni consorteria accademica.

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La presente raccolta è frutto di una scelta antologica operata all’interno di una corposa produzione realizzata con tenacia in diversi anni.

La poetica


Il linguaggio da me utilizzato si situa nel solco della grande tradizione letteraria locale, in particolare sulla scia di Berto Barbarani e di Dante Bertini, per dare lustro alla mia patria. L’intento è di allontanarmi dallo sciatto idioma di uso corrente per ricercare una forma pura, anche a costo di operare un certo artificio. La cifra della mia poesia è l’esilio, in quanto essa si situa in un tempo e in uno spazio altri rispetto a quelli nei quali devo vivere.


Testo originale

L’angonìa dé la par-sóna

Endó’ seto a l’albór
drio che sé perdi la olta
nando par gnénte ‘n volta
e ‘l né smartèla ‘l cór?

O là ‘n dé la cressénte
có’ l’aqua enfin én góla,
có’ la molóna mola
foraìa da la zénte?

Té sè fór dal cancan
ch’él stórna ‘l poro omo
stofegàndo ‘l tó sóno
parà-’ia dal malan.

Desegnài sul sabión
séma a tó enmàine
e a sconbinar lé pàine
l’è assè én ropetón.

E da tute lé bande
séma ‘n zul sbatacià:
sul pajón desmentegà
nó Té fè altro lé rónde.

A dalfinar Té sèite
én dé la nostra ménte
restàndone darénte,
svanéndo ‘l zùmio a lite.

E cussìta scónto-’ìa
có’ ‘n bel sùpio dé vénto
dé gatón Té rìe drénto
Ti, Signór, nostra angonìa.

Testo tradotto

L’agonia della per-sona

Dove sei all’alba
mentre si perde la direzione
andando in giro invano
e ci martella il cuore?

O là nell’alta marea
con l’acqua fino alla gola,
con la testa esausta
in disparte dalla gente?

Sei fuori dalla confusione
che frastorna il poveruomo
soffocando il tuo suono
scacciato dal male.

Disegnati sulla sabbia
siamo a tua immagine
e a scompaginare le pagine
è sufficiente un ruzzolone.

E da tutte le parti
siamo un giunco sbatacchiato:
sul pagliericcio dimenticato
non fai più fare la corte.

Continui a baluginare
nella nostra memoria
restandoci accanto,
svanendo appena appena il gemito.

E così seminascosto
con un bel soffio di vento
di soppiatto penetri
Tu, Signore, nostra agonia.

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